Elogio della follia

C'era una volta, una volta molto lontana, una principessa. La sua pelle ricordava le olive che maturano sotto il sole d'agosto, gli occhi come quelli della terra d'Africa, il passo lieve come il vento che smuove le dune in un deserto non troppo lontano da noi. Amava tessere la principessa. Non per aspettare un improbabile Odisseo, né per preparare il suo futuro corredo, anch'esso improbabile. Amava tessere per il gusto di farlo. Sentire il rumore del telaio che senza posa correva sotto le sue mani, sentire il piede che premeva sul pedale. Era un po' come suonare un pianoforte e suonare una musica che solo lei poteva comporre e solo lei poteva cantare. E cantava la principessa. Nel silenzio delle sue mura riecheggiava una dolce melodia fatta di lamenti, poco più che un lungo sussurro, un rantolo prima di dormire. Anche gli usignoli che in quella terra non esistevano e forse si chiamavano in altro modo, tacevano dinanzi a siffatta melodia. Raccontava di amori mai vissuti, di cavalieri in groppa ad un cammello, di abiti dorati e pietre preziose incastonate sulla fronte, di una corte di giullari che riposava sotto le sue finestre. E sotto le sue stanze vi era chi lasciava in dono un fiore. Un orchidea bianca le ricordava il sesso troppe volte immaginato e come tale caricato di suggestioni e fantasie. Una margherita portava alla memoria le troppe margherite a cui da anni siamo soliti strappare dei petali per avere in dono una profezia. Questa profezia varia a seconda se iniziamo con il m'ama o con il non m'ama e a seconda se contiamo o meno l'ultimo petalo. È un po' come farsela da soli, fabbricarsela con le proprie mani. Un po' come tessere. Una rosa rossa voleva dire amore, una bianca purezza, la gialla gelosia. Ogni colore un significato, ogni petalo un pensiero. Giacevano lì immobili e senza vita milioni di fiori strappati ad un verde prato. Come sarebbe stato più semplice se qualcuno l'avesse presa per mano per portarla a correre su quel prato, semmai calpestarli quei fiori per la gioia del troppo correre. E non farli morire in un vaso, come cristallizzati, su di un pianoforte che non è altro che un telaio. E quanti tramonti che da quella finestra la principessa riportava sulla tela. Ed insieme a quei colori la voglia di raggiungere quella linea che si chiama orizzonte, ma che altro non è che un confine. Lì finisce la realtà ed iniziano i sogni. Proprio in quel punto in cui il sole va a spegnersi, lì si accendono milioni di fiammelle, speranze per milioni di uomini. La terra non è tonda, è piatta. Se qualcuno ha raffigurato il mondo come una palla è solo per non far morire tutte quelle fiammelle, per dare agli uomini una speranza in più, per dare il senso della circolarità e quindi della perfezione, per far credere che tutto ritorna e che oltre quella linea c'è un mondo ancora illuminato dagli stessi raggi. La terra è piatta come la vita. C'è un inizio ed una fine, ed in mezzo un cammino fatto di piedi scalzi e terra da levar dalle unghie dei piedi. Questo pensava la principessa quando dalla sua finestra vedeva i raggi della grande stella spegnersi sulla sabbia dorata. E proprio da quella finestra aspettava colui che non le avrebbe portato in dono un fiore morto, ma un cavallo senza briglie per raggiungere quel punto in cui anche la ragione si inabissa.

Elogio della folliaultima modifica: 2006-05-12T10:59:39+02:00da la23strega@v
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3 pensieri su “Elogio della follia

  1. Mi piace … triste ma mi piace … e chi è che era solo una scribacchina?Invece mi ha lasciato perplesso il òpost successivo. Scrivi talmente bene che non riesco a capire se stai scrivendo una storia o è successo qualcosa sul serio — tranquillizzami , please!Un bacio ed a presto

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